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“Periferia”, 2 (57), a. XXIII, 2004

Neve

La neve cade adagio. Non ha fretta di cadere. Da anni non vedevo la neve. Non ricordo da quando.
Nel corridoio voci, irritate, affannose, rassicurano i loro cari:
"Siamo sotto la neve".
"Il treno è fermo... a San Marco, no, non so quando arriverò".
"Quattro ore di ritardo...".
Nel mio scompartimento un uomo legge Repubblica. Quarantacinque anni circa, capelli stopposi, cortissimi, neri, qualche riflesso d'argento, grossa fede al dito, lucente, camicia economica, vestito marrone di panno robusto, pancia abbondante sulla cintola dei calzoni. Si appisola, si sveglia ad ogni sussulto del treno. Piega il giornale. Lo ripone sul sedile accanto al suo che è vuoto. Prende Il corriere della sera. Le pagine ampie lo costringono a una posizione eretta. Il treno si muove. Rallenta dopo pochi metri. Si ferma.
"Eh no" sbotta, non riuscendo a trattenersi, "Villa San Giovanni... devo arrivare a Villa San Giovanni... e poi in Sicilia, a Catania". Io gli guardo gli occhi, non distinguo il colore, penso che un amore lo attende aldilà dello Stretto. "E quando arrivo! Domenica devo ritornare su... il mio è un viaggio di lavoro". Io non gli credo. Perchè precisarlo? Il modo, soprattutto, mi insospettisce: "il mio", e che ne sa degli altri e perchè si trovano su questo treno?
"Torno indietro, faccio prima a ritornare a Metaponto", riprende spazientito. "Dovevo fare la Ionica, glielo avevo detto a quella della biglietteria, lo sentivo che non mi dovevo fidare, il mio istinto... mai!, non lo seguo mai. 'Voglio fare la Ionica signorina, mi raccomando!, nevica, sarà una cosa mai vista, così dicono i meteorologi, bisogna andare indietro di quindici anni...', ma la signorina dietro il bancone niente, non mi ha ascoltato, aveva l'orecchio incollato al cellulare, 'ha detto Catania?', le mani hanno frusciato sulla tastiera del computer, la stampante stonata avanti e indietro, il biglietto sul bancone. E così... linea Sibari Cosenza Paola... dov'è San Marco? ha a che fare col battaglione San Marco? qualcuno del battaglione San Marco sarà morto qui!".
L'uomo mi era parso diverso. Non so come... un pò più raffinato, semplicemente. Non bisogna mai pensare nulla della gente finchè non ha parlato. Il "frusciato" e lo "stonata" mi deviano un pò. E poi, che hanno a che fare col vestito di panno robusto e con la camicia economica? E soprattutto con la pancia abbondante sulla cintola dei calzoni? E l'amore aldilà dello Stretto che gli ho visto negli occhi, con chi sta? Con "frusciato" e "stonata", sicuramente. Mi convinco che l'uomo ha una personalità complessa e mi diverto a fare ipotesi sulla sua professione. Rifletto sul "complessa" e me ne distolgo alquanto. Ora l'uomo mi pare anche banale. Valuto, esamino, riconsidero. Farà l'insegnante?
Di fronte all'uomo c'è una donna. E' magrissima, spigolosa, la pancia e il ventre sono gonfi, formano un solo blocco, mastica chewing-gum e le mascelle sono veloci, batte le labbra. Controlla la porta dello scompartimento. La apre e la chiude a suo piacere. Chiede sempre: "Va bene così?".
"Speriamo che a Paola non c'è il vento, il vento di Paola è curioso, un pò c'è, un pò no, un momento non c'è e tutto è calmo, un momento dopo soffia come un dannato e tira giù lampioni e insegne e cartelli stradali, speriamo...".
Si alza, fissa il finestrino, sputa la chewing-gum in un fazzoletto, scarta una caramella, offre a tutti, il pacchetto teso verso ognuno, si siede, succhia rumorosamente con le labbra arricciate come  intorno a un ciuccio.
"L'altra settimana c'era".
La donna ha qualcosa di ingenuo nell'espressione, nel dire. Di virginale, nei lineamenti sfioriti. Non deve essere mamma né deve avere un marito.
"Ero in macchina, all'uscita della galleria m'ha preso, la mia povera macchina ha incominciato a ballare, sul ponte ho avuto paura, ho incominciato a recitare le litanie alla Vergine Maria che manco nel mese mariano ne ho dette tante, ma quel ponte è lungo, quanto è lungo!, e alto, il fatto è che una volta l'ho visto da giù, non lo dovevo vedere da giù, i pilastri lunghi, luuunghi, e fini fini, due stecchini da denti, e sopra, quella striscia di cemento con il cielo intorno e sopra la striscia le macchine che da sotto sembra che camminano al rallentatore, come le automobiline di mio nipote Giulio quando hanno le pile scariche e dopo si fermano".
Sembra nervosa. Forse pensa al vuoto. E ricorda la paura. Accende una Diana. Una grossa vena reticolata di colore verdazzurro si gonfia sotto la pelle sottile della mano scarna.
Un giovane militare cammina avanti e indietro nel corridoio. A piccoli passi. La testa incassata tra le spalle ossute ora è fuori, si erge sul collo nervoso, come se avesse bisogno di incamerare aria, per poter parlare.
"Possibile!... in licenza per tre giorni... parto da Mantova e me li faccio in treno".
"Sclero, sclero, sto sclerando se 'sto treno non riparte".
Il treno non si muove. Fischi di treni lontani si incrociano. Un treno avanza piano sui binari innevati. La neve sbuffa. Il treno in arrivo si affianca. Si ferma. I passeggeri dei due treni si osservano, spiano nella carrozza illuminata che si para di fronte, facce curiose entrano negli scompartimenti e scrutano.
Io guardo quelle facce che non parlano. Sfilano sotto i miei occhi. Il treno si muove, l'altro, non il mio. Si allontana. La neve mi acceca. E' compatta, luminosa, si riflette sul cielo stinto che non ha consistenza, sembra l'alba, quando non ci sono forme e colori. Mi sento sospesa nell'aria in un treno alato. La neve mi dà pace.
Tra un pò, un'ora, due, forse tre... lo vedrò. Lo amo? Non so, è sempre la risposta. Ora, però la mia vita ha un senso. Deve essere questo l'amore. La condivisione di un senso. Ho freddo. E' un brivido di paura. Che tutto questo sentimento sia stato concepito dalla mia mente che aveva voglia di credere, ancora, in un amore vero! e quello falso com'è? Che tutto possa finire!
Sono bloccata, nel treno e nei miei pensieri. Le voci mi consolano. Quanto manca per Cosenza? Che strana città, Cosenza! Non ha mare, non ha luci. una città che è paese, di notte si spopola, ha montagne intorno che la assediano nell'estate feroce, senza fine, e la innevano qualche volta.
La corrente elettrica è andata via. Le voci diventano più nette. Reali. Nel treno è buio. Fuori del finestrino è bianco. Non c'è vento. La natura riposa. Sulle sponde dei binari rovi neri in stecchi tramano nell'aria sinistramente.
Un altro militare canta:
"Viva viva l'elica, viva il motò, questa è la bella vita, la bella vita dell'aviatò. Viva viva l'elica, viva il motò, questa è la bella vita, la bella vita dell'aviatò".
Apre il finestrino del corridoio e ricomincia:
"Viva  viva l'elica, viva il motò...".
"E smettila! basta!", gridano in coro gli amici commilitoni dallo scompartimento.
Uno gli passa accanto, gli dà una manata sulla spalla.
"E dai, che ti aspetta!".
L'altro si scrolla. Rimette la testa fuori del finestrino tra le brezze gelate della notte.
Un cellulare suona con la musica di quella vecchia canzone che dice:
"Parla più piano che nessuno sentirà...".
Il "pronto" corrode la melodia.
Un altro cellulare, un'altra canzone:
"Vorrei, vorrei...".
Questa è una canzone moderna. Dei Lùnapop.
La neve si appiana nel ghiaccio. Colline nane di bianco rifulgono, avanzano profanate da impronte giganti. Il treno si muove. Una casa con tante finestre scorre. In ogni finestra c'è il Natale, un festone, luci che si accendono e si spengono a ritmi regolari, un pezzo di presepe.
Ho il cuore pieno. E' Natale. La mia vita ha un senso. E non sono sola.
Il treno corre. Fischia. Il vento batte.
Stazione di Cosenza.
Saluto. Scendo.
Lui mi aspetta. Ha freddo. Lo capisco dalla posizione delle mani nelle tasche del montone, frugano come alla ricerca di qualcosa.
Mi dà un bacio sulle labbra. Non ha fatto la barba, che punge.
"Ho voglia di una cioccolata calda", gli dico, "una cioccolata bollente e densa".
Lui mi sorride. Contrae la bocca in una sottile smorfia e non dice nulla. Qualcosa non va, penso.
Attraversiamo la città. Le strade sono vuote tra i riflessi lattiginosi dei lampioni. La campagna è bianca. Trattori, capannoni, attrezzi, barili, recinti, ogni cosa ha un cappello di neve, perfetto, costruito su misura.
"Facciamo una passeggiata sulla neve?".
"Con questo freddo!", gli rispondo. "Va bene, dai, andiamo".
Camminiamo sulla neve.
"Il rumore è lo stesso", dico.
"L'hai fatto altre volte? Non ho mai visto tanta neve".
"I passi sulla neve, li senti? la neve protesta come le foglie sotto le scarpe".
"Non so", mi risponde.
"Non era una domanda, era così tanto per dire".
"Capisco".
Poi tace. Assorto.
Una ringhiera in ferro cinge una piccola casa. Dal comignolo esce fumo che il freddo inghiotte. Della ringhiera sono visibili gli spuntoni e tratti irregolari delle barre rosse. Intorno si è ammassata la neve in un dolce pendio. Affondo i passi nella neve intatta.
"Mi piace camminare dove nessuno ha camminato. Lasciare le mie impronte. Ho un senso di potenza".
Scelgo un'altra montagnola di neve. E' liscia, senza orme. Salgo piano godendo del peso che scivola sotto. Torno indietro e guardo i miei segni. E così ancora una volta.
"L'hai fatto tre volte", lui dice.
"La neve grida in silenzio".
"Forse anche la neve ha colpe da scontare", risponde.
Mi prende la mano. Mi bacia sulle labbra. Rientriamo in macchina.
"Ti amo", gli dico.
"Ti amo anch'io".
Percorriamo la collina lentamente. La macchina affoga nella neve. Auto ci incrociano e ci inondiamo per un istante di luce. Noi e loro fantasmi usciti dalle tenebre. Un primo agglomerato di case apre il paese che si snoda in grappoli. Dopo l'ultima curva a gomito e alcuni metri di rettilineo, sopra una salita ripidissima si affaccia la nostra casa. Lui l'ha comprata per noi. Io la chiamo la casa degli angeli perchè sembra costruita nell'aria. Dietro la finestra un albero di Natale compare e scompare.
"Hai fatto l'albero!".
"Avevi dubbi? anche per noi è Natale".
Nella casa c'è il tepore del caminetto acceso.
"Benvenuta in casa tua", dice.
Ogni volta mi ripete la stessa frase. Da quattro anni, quando entro in casa.
"Dobbiamo rassicurare sempre il nostro amore", mi disse la prima volta che confessò d'amarmi, "la precarietà appartiene già alla mia età".
"Vado a prepararti la cioccolata, densa e con molto zucchero. Io bevo un bicchiere di vino. Voglio fare l'amore, ti va?".
Io annuisco. Non è mai stato così diretto.
Facciamo l'amore. Lui è dolce. Col passare degli anni lo è diventato sempre di più. Ricordo le prime volte. La furia dell'uomo che deve dimostrare di far godere la propria donna. Mi accarezza, mi bacia.
"Non mi lasciare mai", mi supplica.
"Non ti lascerò mai".
Il mio uomo è così. E' forte, è fragile. Ha bisogno di sicurezze. Si addormenta in un sonno profondo. Anch'io mi addormento.
Quando mi sveglio, è giorno inoltrato. Lui non c'è. Sarà andato al bar. Non sopporta il caffè della moka. Spalanco la finestra. Sotto e intorno e ovunque c'è lo spazio infinito. Sul verde, sul rosso, sul rame, sul marrone, nelle infinite varietà, ci sono graffiti di bianco. Sulle strade rivoli d'acqua scorrono tra i blocchi di ghiaccio. La neve si ritrae morsa dal sole. Si buca come la schiuma quando è stanca e perde la sua consistenza e si sgonfia. I buchi si fanno sempre più grandi, i colori avanzano, il verde, soprattutto, negli ulivi, nei pini. Sbucano tizzoni, siepi, rovi, pietre. Trattengo lo sguardo. In un recinto di canne, ci sono alcune cassette, un secchio, un bidone, una vanga, una pompa di gomma. I contorni ora si stagliano puntuti nelle loro forme. E della neve non rimangono che morbide macchie sparute. UN ragazzo con il berretto calato sugli occhi passeggia col suo cane. Una signora con la scopa spazza via la neve dalla sua auto.
"E' bello, vero?".
"Mi hai spaventata. Sì, è bellissimo. Un paradiso terrestre".
"Per andare in paradiso, però, bisogna prima morire. Tieni, prendi il caffè".
"A che ora ti sei alzato? Sei il solito mattiniero".
"No, sei tu una pigrona".
Bevo il caffeè. La neve cade dalla grondaia in aghi di pioggia.
"La neve piange, non ha più forza", dico. "Che c'è!, non stai bene?".
Stalattiti di ghiaccio pendono dai fili dello stendibiancheria, fuori, sopra il balcone.
"Devo dirti una cosa importante. Tu non piangerai, perchè sei una donna forte".
Lui parla. Io non lo ascolto. Le sue parole sono dure. Osservo una coccinella sul davanzale. E' bella. Eppure ho sentito dire che è un insetto che procura molti danni. Il muso è nero e bianco. Ha un pallino nero su ogni lato del dorso, uno di qua uno di là. Due pallini neri. Non so, immaginavo che le coccinelle avessero tanti pallini neri, forse questa non è una coccinella, ma mi piace credere che lo sia. Un gocciolone batte sul marmo del davanzale, si espande, si asciuga.
Lui ora non c'è più.
La terra lo ha ingoiato. Come la neve che si assottiglia e scompare.
Lui mi diceva sempre che avevo dei capelli stupidi, capelli di topo, i più bei capelli di topo che avesse mai visto, li amava perché erano miei, appartenevano alla donna che amava.
Io non gli rispondevo, non gli ho mai detto che i topi non hanno capelli. Mi arrabbiavo soltanto.



 

Maria Fontana Ardito
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