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Pagine per Voi
 

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Nel Ventre Di Mia Madre

Incominciai a frequentare don Antò. La gente del paese all’inizio non ci fece caso, poi chiacchierò, infine mi scansò.
Camminavamo molto per le strade di sutta e supra, perché per noi non c’era differenza. Quando eravamo stanchi ci fermavamo spesso alla fontana ’e mienzu, che non stava né sotto né sopra ma a metà della stradetta vertiginosa che congiungeva i due gomitoli di case. «Ognuno ha la sua fontana, e questa è la nostra» diceva don Antò. Altre volte ci fermavamo di fronte al cimitero, ma lì lui parlava poco; guardava fissamente le piccole costruzioni bianche canticchiando la sua canzone, e piangeva. Quando i lumi si accendevano, punteggiando l’imbrunire che frettolosamente scuriva, «Ora è tempo di andare» diceva, «ché non sta bene che la notte i vivi spiino i morti».
Parlava di sé come dei suoi scarponi logori, o della nebbia o delle sigarette che fumava fino al filtro. «Qualcuno si occuperà di me, non mi lasceranno senza terra. Terra ce n’è, e che ce n’è e che ce n’è» concludeva, con quel suo modo di dire doppio e canzonatorio.
Non mi chiedeva mai niente di me, né io a lui. Parlavamo di quello che ci veniva in mente sul momento, spesso di cose sciocche o del tempo, più spesso di niente e stavamo in silenzio.
Mi raccontava sovente del lavoro, e lì la voce si incrinava. Ricordava gli anni dell’incoscienza giovanile e del vigore fisico come un bene irrimediabilmente perduto, e solo allora si rivolgeva a me severamente e con parole invasive e mi accusava di non lavorare e perdere tempo con i vecchi. «I vecchi, lasciali stare» mi rimproverava. «Avrai tempo di essere vecchio, e sì che ce n’avrai e ce n’avrai. Ma che conterai domani se nella tua sporta non ci metti niente?»
«Per tutta la vita» mi disse un giorno, «fino a quando la schiena m’ha retto, sono stato segantino».
Io non avevo mai conosciuto un segantino, né sapevo che esistesse una professione come quella. La segheria era stata per molti anni la sua vera casa, e come sua casa la rimpiangeva, perché dopo non ne aveva avuta più una. Rimpiangeva soprattutto il rumore della segheria, che era come una compagnia e durava tutto il giorno e segnava la vita del paese.
«Vieni, ti faccio vedere una cosa» mi sussurrò con la voce di chi stesse per svelare un segreto.
Camminammo in silenzio per un buon pezzo di strada, il Corso e la lingua di asfalto nera, e ci ritrovammo di fronte al grattacielo.
«Ecco, stava là» disse orgoglioso, indicandomi il grande spiazzo di cemento che a quell’ora del giorno era quasi completamente vuoto. «Se scavi, sotto, ci trovi ancora le listelle, che uscivano tutte uguali… Che tronchi! Erano grossi, così» e allargò le braccia, «tre, quattro volte così, ché qui da noi gli alberi sono buoni, i più buoni del mondo. I tronchi me li mettevano sul bancone del taglio che ci volevano i muscoli e il sudore, e gli argani quando non ce la facevano si spezzavano. E il rumore della sega! Lo sento il rumore della sega, non finiva mai, è qui, qui, nelle orecchie… Con le listelle, noi, facevamo la ferrovia».
Suo padre era stato segantino come lui e come suo nonno. Per tre generazioni avevano segato tronchi, e nessuno era riuscito a farsi una casa perché la paga era troppo bassa. I segantini per lo più venivano da fuori, era un mestiere difficile. Solo la manovalanza nelle segherie era del luogo. La sua famiglia era davvero importante; era nata lì, dove crescevano i grandi pini.
«Stava là, là, la mia segheria» ripeté.
Don Antò mi fece entrare in un mondo cupo, fatto di silenzi e rassegnazione.
Sua madre e le donne della sua famiglia erano costrette a subire la violenza degli uomini. Era il loro destino.
«Mio padre aveva l’amante» disse, «come mio nonno. Era normale. Mia madre, quando mio padre andava dall’altra, che era parecchio più giovane di lei e che a mio padre gli aveva dato anche una figlia, recitava il rosario, per tutto il tempo… fino a quando il marito la sera non tornava. Diceva, mia madre, che nel letto di una donna, la notte, ci deve essere sempre un uomo, che non stava bene per una donna avere il letto vuoto».
Da giovane don Antò aveva approfittato di una ragazza; le cataste di listelle s’innalzavano come covoni per tutto il piazzale. Era un giorno afoso d’agosto.
«Lei venne pure quel giorno» disse. «Veniva sempre, mi portava l’acqua».
Nell’ora di pausa gli operai si sistemavano per il pranzo. Un gruppo là, sotto la tettoia che guardava la strada; un altro poco più sotto, al riparo dell’ombra che l’autocarro della ditta allungava sul selciato; i più addossati alle cataste, che formavano come tanti piani di una grande scala. Ognuno sceglieva il suo posto. Don Antò sedette su un ripiano basso, tra il fresco odore del legno tagliato da poco. Si sciacquò le mani, la faccia.
«Mentre mangiavo, lei mi guardava. Eravamo innamorati».
Il legno, intorno, nelle pile alte, come muri di una casa immaginaria li proteggeva dagli sguardi degli operai che mangiavano e bevevano e chiacchieravano.
«Il caldo quel giorno era veramente caldo. Picchiava forte sul legno. E io la presi. Lei se ne scappò, le donne piangono sempre».
La sera andavano tutti nelle cantine, con la segatura tra i capelli e sui vestiti. La polvere di legno era sottilissima e maledetta. Era su tutto il corpo ma non si vedeva; come il malocchio.
«La cantina per noi maschi era come la Santa Chiesa per i cristiani… ci dovevamo andare, almeno una volta al giorno. Nei giorni di festa andavamo anche al bar a prendere la marsala con le uova: e quella era la nostra festa. Bevevamo e bevevamo e poi a dormire, prima però andavamo dalle donne, ché senza quelle non era vita. Mai, una sola notte, noi uomini andavamo a letto senza fare all’amore. Era bello fare all’amore! La stanchezza era tanta e avevamo la fatica e il dolore in tutto il corpo… non c’era tempo per le parole».
Io pensavo a quelle donne, e immaginavo le violenze nelle loro case, la loro solitudine. E vedevo mia madre – nelle strade del paese, nella sua casa – bella e piena della vita come me l’aveva descritta Anna. Poi me la figurai tra quelle donne, con i loro stessi pensieri, con lo stesso immenso desiderio di fuga.

 

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Il brigante è stato ucciso
La letteratura di Nicola Misasi fra tradizione e consumo

La Sila
(ad una ignota)

Ho ancora dinanzi sullo scrittoio, la vostra lettera, ed ho conservato, fra le cose buone, l’altra, la prima. Di voi so che avete gli occhi neri, so che avete i capelli neri e mi siete ignota nel resto, e rimarrete tale sempre, forse. Il nero negli occhi vuol dire il fuoco nel cuore, il nero dei capelli vuol dire il fuoco nel sangue, vuol dire la passione forte, perciò vi dite stanca di questo mondo vuoto e meschino, e vi dite anelante alla quiete solenne dei grandi boschi e delle grandi solitudini, ed alle passioni dei cuori forti e rudi nei loro impeti: perciò sentite tutto il fascino del selvaggio e tutto il fantasioso della mia Sila fino a comprenderne il bandito. Onde volendo scrivere di essa, voglio parlare a voi che non conosco né nel nome né nella figura, ma che conosco nel cuore e nella passione. Così, dopo due mesi, appago un vostro desiderio non obbliato chè il cuore di noi fantasiosi non oblia anche quando la parola tace: un pensiero cortese, anche quando ci vien da un’ignota, accende una fiammella che va guizzando lieta quanto più ci sentiamo sfiduciati e tristi, chè in quel pensiero indoviniamo un cuore e in quel cuore una bontà, e nel cuore e nella bontà un compenso elettissimo al nostro quotidiano lavoro.

Si, è vero, la Sila è la Calabria: ne ho scritto, altra volta, della passione, della leggenda, del dramma, vario, ampio, ma unico, il dramma di una lotta secolare tra il debole ed il forte, che è poi la storia della umanità secondo la concepiva Niccolo Macchiavelli. La Sila è un mondo a parte, una contrada a parte, inesplorata, anche oggi, come una foresta d’Africa, misteriosa anche oggi, come una grande prateria d’America. Ha bellezze di paesaggi quali non vanta la Svizzera, ed è rude, selvaggia, aspra come una giogaia della Scozia. Quantunque non abbia avuto un Walter Scott per renderla nota, è nota ovunque per il fantasioso ed il solenne che destano un fascino nei cuori, sdegnosi delle frollezze. Nei sogni dei venti anni come i vostri, o forte creatura, essa si intravede popolata di banditi che all’ombra delle querce immani e dei pini giganti lottano, amano, uccidono o cadono uccisi, e i cuori fatti pel romanzo fantasticano in essi i Carlo Moore, gli Ernani, i Robin Rood della poesia, i banditi del dramma, che l’Arte esalta e la Legge manderebbe alle forche, perocchè spesso l’arte va più addentro, nei cuori che la legge. Le foreste fosche ove la notte urla il lupo; i monti nevosi che adergono al cielo le cime ove lo sparviero ha il nido; le caverne profonde ove le vergini rapite udirono parole d’amore frammiste alle bestemmie e scoppii di baci frammisti a gemiti di dolore, e videro lampeggiar d’occhi accesi di passione e lampeggiar di pugnali alzati per ferire; le valli profonde ove la fantasia popolare ha visto vagare nei tramonti malinconici le fate bianche e gli spiriti dei dannati che vanno errando intorno le croci elevate nei luoghi, e son molti i luoghi che han croci, ove lasciarono solo la carne uccisa da un colpo di scure o di fucile: tutto ciò fa parte della grande leggenda silana che si frastaglia in cento racconti, i quali hanno per eroe il bandito, e per passione un odio od un amore.

Da Acri a Taverna per circa cento chilometri la Sila eleva i suoi monti ove l’inverno cade la neve che imbianca le foreste, seppellisce le case, colma i sentieri e segrega dal resto del mondo i paeselli e l’estate sfolgora il sole che feconda gli altipiani. Di un tratto, dopo una gola angusta piena di tenebre, si apre una valle verde coperta di erba foltissima, nella quale affonda il bufalo selvaggio, solitario signore di quelle solitudini: dopo una immensa distesa di piani acquitrinosi ove erranno le mandre, nereggia la foresta immane coi pini fitti e giganti allacciati dà pruni e dall’eriche. Il temporale vi infuria con i suoi rapidi scatarosci, col rombo cupo del tuono, con la folgore guizzante livida che schianta i pini e incendia le querce; poi, dopo i rombi e gli schianti, dopo la rovina e la furia, silenzio di nuovo, il silenzio solenne e terribile che tien dietro alle tempeste. Qua e là biancheggia una casetta che alberga una famiglia di montanari, che nulla sanno del mondo, che ivi nascono, ivi soffrono, ivi amano, ivi muoiono ignoti a tutti, di tutto ignari. Le donne son belle è forti, hanno gli occhi neri e neri capelli, come dite che sono i vostri ed han la passione violenta nel cuore e nel sangue, la passione semplice, profonda, ingenua, che non conosce lascivie, né civetterie, né infingimenti, né fralezze; gli uomini sontorosi con le membra arse dal gelo e il viso arso dal sole, liberi come lo sparviero, agili come il lupo, schietti o ingenui come bambini, quantunque taciturni come coloro che vivono nella contemplazione dei grandi orizzonti, e nella fiera maestà dei monti. Il loro linguaggio è aspro, fischiante come l’aquilone, che li cullò, che ne arse le menbra e ne sferzò il volto; e la loro vita è buona, tranquilla, misera.

Colà un tempo cercava un sicuro rifugio il masnadiero, che nei boschi profondi, sotto un pruneto godeva del bottino guadagnato a colpi di fucile, mentre gli uomini della legge a pochi passi da lui battevano la campagna, a orecchie tese, gli occhi indagatori, il fucile spianato. Talora balzava al calpestio di un capriuolo, o di un cignale che sfondava un cespuglio per fuggire o di una volpe che sbucava squittendo, o di un lupo che balzava feroce, e per poco il silenzio della foresta era rotto da urla e da fucilate, mentre nelle fratte o nelle caverne profonde il masnadiero tripudiava gonfio di vino e di carne, novellando d’amore o facendo all’amore con le brune e forti fanciulle che da Gimigliano o da Garafa, da San Giovanni in Fiore o da Garropoli abbandonando madre e fratelli eran quivi venute sicure di trovar cibo e ricovero, per riposare in braccio alla passione dalle dure atroci quotidiane fatiche. Talora gli uomini della legge vedevano tra i cespugli luccicar gli occhi pieni di sangue degli uomini della colpa e la lotta si accendeva a colpi di fucile e di pugnale e la foresta risuonava di urla e di bestemmie. Poi, al mattino, in fondo ad un burrone, stecchito, con le braccia aperte e un buco rosso in fronte, si trovava un cadavere, o presso un cespuglio si scopriva un moribondo rantolante, ma feroce ancora e risoluto a morire uccidendo. Talora nelle notti profonde, intorno una casa solitaria nel mezzo del bosco risuonante di suoni e di canzoni, di voci e di scoccar di baci, ombre sinistrre si avanzavano silenziose, e la cingevano tutta, poi ad un grido le ombre balzavano sulla porta, scalavano le finestre e i suoni e i canti erano rotti da un urlo e la mischia scoppiava; i cantori e i ballerini ridivenivano masnadieri; poi di un tratto divampava l’incendio e fra nuguli di fumo la casa ardeva riverberando tutto all’intorno nelle tenebre le rosse fiamme e sprofondava con un inferno di scintille su “ vivi e su morti ”.

Era quella un tempo la terra della libertà ove chi aveva vissuto per anni molti da servo andava a vivere per pochi giorni da signore, perocchè, come scrissi altrove, il vecchio adagio silano è questo: “ Meglio un anno toro che cento anni bue ” ed in esso ci è tutta la Sila e ci è tutto il brigantaggio. Per un anno, per pochi mesi, che importa ? Temuto dagli uomini, amato dalle femmine, protetto dai ricchi, servito dai poveri, pasciuto di carni succolenti, di vino generoso, vestito di velluto, armato di fucili damaschinati e di pugnali con l’elsa d’argento, sentendosi nella solitudine immensa e nei boschi profondi, dei quali sapeva ogni sentiero, ogni antro, ogni speco, libero come lo sparviero e forte come il toro, assaporando la voluttà di sentirsi lupo, lui che per tanti anni era stato agnello: che importa se domani, sorpreso a mezzo un banchetto, o un ballo, o un tripudio di passione, una palla di fucile lo farà rotolare cadavere in fondo a un burrone o lo farà cadere fulminato fra le braccia della sua donna o sul desco nella gozzoviglia, o se, dopo aver lottato come un cignale inferocito e aver ferito ed . ucciso, sarà tratto dagli uomini della legge in un carcere oscuro, donde dovrà uscire per essere condotto al patibolo in mezzo a una folla di spettatori, tra i quali riconoscerà l’amico con cui banchetto, la bella femmina che fu sua, che importa ? Pe un anno, per pochi mesi avrà goduto, lui nato per soffrire la brutalità e l’ingordigia dei signori; si sarà pasciuto di cibi succolenti, lui che si sfamava con un pezzo di pan d’orzo o di granone, avrà dormito avvolto nell’ampio e ricco mantello presso un buon fuoco scoppiettante in una vasta caverna o sotto i pini maestosi, lui che per tanti anni aveva dormito nei fetidi canili e nell’immonde stalle presso ai buoi ed ai maiali: avrà amato e sarà stato amato dalle più belle contadine, lui che aveva visto le sorelle, la moglie, le figlie in braccio ai signori ingordi e feroci. Meglio un anno toro, che cento anni bue !

E dai paeselli sul versante delle montagne, da Pedace e da San Giovanni in Fiore, da Aprigliano e da Celico, da Longobucco e da Pietrafitta, da Gimigliano e da Cicala, la voce potente del bosco chiamava il bandito. Da Spartaco a Marco Berardi, da Tallarico a Seinardi, quanti di cotesti audaci ivi regnarono, quante pagine scrissero della fosca leggenda ? Quali storie terribili narrar potrebbero quei pini neri e sinistri; che ferocie d’odii, di vendette, di passioni, di amori, di delitti ! Quante urla di feriti, quanti rantoli di moribondi, quanti scoppi di risa infernali sull’offensore sgozzato, caduto nella insidia, quanti gemiti di rapite, e quanti scoppi ardenti di baci risuonano ancora nei fischi dell’aquilone che va nelle notti tenebrose squassando le chiome delle pinete ! E nelle caverne, quanti accumuli di ossami, e sotto le pietre e sotto le querce quanti tesori nascosti, e pei sentieri e le balze quante croci che indicano ove cadde un ucciso e dove avvenne una strage ! E quali ombre nelle notti profonde, vanno errando per quelle montagne che ebbero un nome ancora terribile nella leggenda ! Ora il bandito è morto ucciso dalla libertà; la Sila è vedova del suo sposo terribile. Ora il paese che dava il bandito dà l’emigrante volgare, meschino, malaticcio che lascia deserte la terra e la casa, e va a continuar la vita di stenti e di miserie in America o in Africa. La miseria ne è la causa e la miseria ne è l’effetto, miseria spaventevole che rode le ossa. La Sila è rimasta quale era, solenne, tragica, deserta, fatta, o creatura che vi dite stanca delle frollezze, per i magnanimi e per i forti. Anche a me un giorno, vedendomi solo fra quei grandi alberi che mi parevano pensosi per bieche memorie, in quella solitudine sterminata, con l’aquilone che mi fischiava fra i capelli, parve sciocco, meschino, pettegolo il piccolo mondo nel quale viviamo e spregevole la civiltà che ci fa schiavi di noi e degli altri. Dalle foreste nereggianti venivano gli incensi della turgida vegetazione portati dal vento che sibilava or stridulo e minaccioso, or mite e malinconico, e lo spirito si spandeva, si spandeva irradiandosi per l’azzurro. Oh, come meschini gli uomini e flaccidi gli amori e sciocchi, gli odii, e misere le gioie e puerili i dolori mi parvero, lassù, di questo mondo: e che profondo disdegno pel mio passato mi punse e come lassù impallidivano le vanità e le vaneglorie, e che rivelazione profonda di un'altra vita più nobile, più raccolta, più intensa mi balenò con un miraggio di virtù forti o di amore eccelsi ! Oh, se ci è un uomo che vi ama, e se c’è un uomo che voi amate, andate a riempire quei boschi della vostra passione, chè essi riempiranno i vostri cuori di solenni e grandi ideali. Andate a vivere colà un anno di passione, a costo anche di doverne morire. Vivere un anno di passione vale quanto vivere un secolo di felicità. Ditelo ai giovani sposi, ditelo alle vostre giovani amiche che vanno altrove, in Isvizzera o nella Scozia, a nascondere i loro amori in seno al maestoso selvaggio dei monti e dei boschi e trovano il mercante che vi ha speculato deturpandoli: vengano qui se nella solenne ora dell’imeneo vogliono rigenerarsi e ringagliardirsi. Ditelo ai pensosi, ai fantasiosi, a coloro che soffrono nel corpo e nello spirito; vengano qui a godere, ad amare, a vivere. Oh, la terra dei banditi e degli odii diventi la terra degli amori e dei felici: e dove un di si udivano bestemmie feroci ed urla di dannati, bisbiglino le dolci parole, scoppiino i baci, e le brigate giulive nei boschi deserti e solitarii portino la vita e la ricchezza ! Se vedeste, che picchi giganti, che pianure immense, che foreste folte, che sfolgorio di fiori nei prati, che acque limpide e fresche, che sole luminoso, che varietà stupenda di paesaggi, quanti paeselli bianchi per le chine, quante casette bianche pei lembi delle foreste, che muschi morbidi, che odorosi effluvii e come l’animo vola, vola irradiandosi per la serenità dell’azzurro !

Nicola Misasi ( Cronache del Brigantaggio, 1893 )

 

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IL TEMPO, LA STORIA, IL CIBO.
Qualche ulteriore apporto in tema di cultura alimentare

Se Giacomo Casanova nelle sue memorie racconta di essersi fermato nella città di Cosenza e di aver gustato dei salumi che definisce “sublimi, i migliori mai mangiati” ci sarà stato pure un motivo! E' questo uno degli assunti da cui parte la giovane autrice di un recente volume – Francesca Dodaro, Sua maestà il porco – che induce il lettore a immergersi in una realtà particolare, quella della Calabria storica (ma come si dirà anche di quella attuale) in cui la cultura alimentare ha come grande protagonista la carne suina sia fresca che conservata. Emergono così usi locali e regionali sia nella cucina che nella cultura popolare – attraverso ricette, proverbi, modi di dire, poesie e altre testimonianze scritte e orali – tecniche di allevamento, macellazione, utilizzazione e trasformazione delle carni, in un confronto costantemente attivo tra antico e moderno, tradizione familiare-contadina e industrializzazione, dove l'antico e la tradizione vengono recuperati e coniugati con le più recenti e avanzate tecnologie del lavoro industriale. Numerose fonti attestano la notevole diffusione del maiale in ogni tempo, i greci lo ritenevano un animale sacro e lo immolavano durante i sacrifici, i cretesi lo consideravano divino, gli etruschi ne praticavano l'allevamento su larga scala e se ne nutrivano, anche se “la carne non costituisce il cibo giornaliero, specialmente per quanto riguarda la popolazione più umile, per la quale dobbiamo più immaginare una dieta... costituita essenzialmente da cereali e verdure...”. Anche i romani furono allevatori di maiali di varie qualità, neri a setola dura o a setola morbida e bianca, e consumavano grande quantità di carne suina; secondo Plinio ogni anno arrivavano a Roma ventimila capi solo dall'Etruria, poiché il consumo si era molto diffuso nell'età imperiale, tanto che Aureliano nelle distribuzioni alimentari che si facevano al popolo comprese anche razioni di carne quasi certamente suina. Un piatto assai prelibato era il Porcus Trajanius, cioè un maiale intero arrostito, ripieno di piccoli uccelli come beccafichi e usignoli. Altrettanto propensi all'utilizzo delle carni suine furono i popoli iberici e i franchi (nel Medioevo a Parigi, ma anche altrove, i maiali vagavano liberi per le strade) e non furono da meno gli abitanti del sud d'Italia – particolarmente i calabresi – che le impiegavano secondo varie preparazioni, senza grandi differenze (se non quantitative) nelle diverse fasce sociali. I salumi, meritatamente famosi, conosciuti e commercializzati in ogni epoca, vengono ricordati da scrittori, viaggiatori, economisti come Giovanni Fiore da Cropani o Giuseppe Maria Galanti durante la sua visita ufficiale in Calabria Citra e Ultra; la Statistica Murattiana riporta tra l'altro la preferenza dimostrata da quelle popolazioni per la carne di maiale lavorata in Calabria con il sale e il pepe; Vincenzo Padula, in un suo famoso articolo, dice che “Il calabrese nasce tra i porci e le porcelle...” e fu un frate calabrese colui che disse: 'Se il porco avesse l'ali sarebbe simile a un angelo'. Ancora oggi, sia pur sempre più raramente, in alcuni paesi della Calabria l'uccisione del maiale è simbolo di abbondanza, archetipo alimentare per eccellenza, un vero sacrificio che coinvolge tutta la famiglia in un'atmosfera gioiosa di festa, alla quale vengono invitati amici, parenti, vicini di casa per aiutare nelle diverse fasi della lavorazione, dalla macellazione alla preparazione degli insaccati. Ma quell'evento non si limita a essere momento di allegria, viene ancora vissuto come evento che appartiene alla sacralità della cultura originaria (quasi a ricordare i presagi che si traevano dalle viscere degli animali immolati) e il “tempo del porco” coincide con il Carnevale che realizza un rovesciamento dei ruoli della vita quotidiana (padrone-servo, uomo-donna, ecc.) e in qualche misura consacra l'uguaglianza fra classi, poiché durante i festeggiamenti regnano familiarità e libertà di relazione fra persone che normalmente sono separate da rapporti di subordinazione. Anche il linguaggio cambia, si fa più “grasso”, diventa forte nelle farse in cui l'uso del dialetto “declassifica” la rappresentazione, la rende popolare, suscita nella folla risate sguaiate, e all'ingordigia linguistica si aggiunge quella corporea, “l'iperbole alimentare, la consumazione smisurata come regola e misura della festa”. Il carro del re Carnevale – che nell'iconografia popolare viene generalmente rappresentato basso, panciuto e con una collana intorno al collo formata dalle ossa del maiale – sfila per le strade carico di salsicce, salami, soppressate. E' la conferma di una presunta supremazia della carne suina, simbolo di abbondanza proprio nei paesi poveri! La festa carnevalesca, trionfo del popolo che, dopo mesi di ristrettezza e rinunce, può finalmente saziarsi di carne, si conclude con l'uccisione del re Carnevale, che muore per aver mangiato troppo (forse un sogno collettivo del popolo degli affamati); il fantoccio che lo rappresenta, deposto su una pila di legna, brucia nello spettacolare falò che ogni anno pone simbolicamente fine agli stravizi.
 

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QUANDO IL SOLE ERA GIALLO

Tira fuori dalla tasca dei jeans attillati un qua­dernetto dalla copertina rosso cocomero, Do Mi Sol... svolazzano in cerchio, libere. Ogni volta Teo­dora, prima di aprirlo, si incanta sulle note; è quel­lo il mondo dei bambini. Lei ora non è più una bambina. Lei ora è adulta. I bambini non uccidono. Gli adulti uccidono.

L’idea gliel’aveva data una sua compagna di scuola.

“Ma che credono! che solo perché ci hanno mes­so al mondo sono nostri padroni? Un mese senza uscire!, stronzi... mezz’ora di ritardo che vuoi che sia. Sul più bello erano le undici, e che potevo di­re? ‘dai dai ché i miei se no chi li sente!’. Ma io li faccio fuori. Giuro che un giorno li faccio fuori

Quella frase, “io li faccio fuori”, si era attaccata al cervello. Una notte sognò di ucciderli. E la notte successiva. E quella dopo. E tutte le notti. Il sogno era reale.

15 ottobre 1991

Ora di francese.

La realtà che cos’è? Una cosa accade e diventa realtà. La realtà, prima, è pensiero. Prima ancora del pensiero c’è il nulla. Ogni realtà nasce da un pensiero. Ma non tutti i pensieri diventano realtà. Ci sono pensieri eletti, generatori di cose. E gli altri? tutti gli altri? una matassa enorme, gigantesca, un pianeta intero, inutile, che gira in senso contrario, in un mondo di nebbia fitta e densa, grigia, un ammasso molle di fili gelatinosi che si svolgono, via via, sino alla fine e del pianeta non rimane niente, nemmeno un punto, niente, e si riavvolgono, lentamente, sono filamenti bianchicci, viscidi, sono i pensieri inservibili, quelli che non diventeranno fatti e ingombreranno le menti, e hanno il colore e l’aspetto di interiora di pesci freschi che presto al sole imputridiranno e puzzeranno. Il pianeta poi si riforma, piano, e ogni volta si fa più grosso.

Teodora decise che il suo pensiero doveva diventare realtà.

“Teo, la cena è pronta”.

“Arrivo, mamma, solo un minuto”.

Dieci minuti dopo è ancora incollata alla versio­ne di greco. Ha senso. Quindi va bene. C’è solo una frase che non la convince. Inutile telefonare. Lei è la più brava della classe. L’intero pomeriggio il telefono ha squillato. Ha dettato la traduzione a tutti i compagni di scuola. I suoi compagni la cer­cano per le traduzioni di greco, di latino, per gli esercizi di matematica. Fanno i gentili al telefono:

“Teo, sei la mia Madonna...”, “Mi hai salvato, un bacio grande grande...”, “Teuccio, scusami, puoi dettarmela?... ti sarò sempre debitore, andiamo al cinema una di queste sere”. Renata, la sua rivale, non le telefona mai, in tre anni di liceo non le ha mai rivolto la parola, tranne una volta quando sul suo compito di italiano troneggiò vergato in mati­ta rossa un grosso otto più. Le si avvicinò trionfan­te, “Oggi sono stata più brava di te”, le disse e tra­scinò a lungo il “brava” come in un grande sforzo. L’aveva superata per un più.

Il professore lo sa che Teodora è l’unica a saper tradurre. Durante i compiti in classe è una trage­dia. Visi pallidi. Bocche esangui. Aspettano la co­pia. Ma non sempre riesce a farla passare. Spesso il foglio prezioso si blocca, e quelli davanti reclama­no con occhi imploranti. La sua compagna di banco è invidiata da tutti, è l’unica che prende sempre sei, a volte cinque e mezzo; è diventata una vera maestra a cambiare frasi e inserire errori. Se il pro­fessore alza la testa quando non la deve alzare, è la fine. L’ultima volta è stata la fine. Andreucci si è fatto scoprire. “Andreucci!, al primo banco, qui, at­taccato alla cattedra”. E così ha preso tre.

“TEO, vieni, basta studiare, continui dopo”.

“Vengo, mamma”.

Quell’aoristo non va, non mi convince, che si­gnificato può avere?.., intendere... tendere... in questo caso però sarebbe necessario un congiunti­vo, ma si sa i greci pensavano diversamente da noi, erano liberi...

“Teooo...”.

“Va bene va bene, arrivo”.

…liberi nel pensiero, e nell’azione, hanno scrit­to, hanno cantato, hanno rappresentato, declama­to, dipinto, scolpito, architettato, filosofato, com­battuto, e sono rimasti nella storia, niente imperi e grandi domini, il pensiero libero com’è?, e quello schiavo?

Un Teo graffiato, moltiplicato negli spazi ampi della casa, cavernosi, la colpisce di soprassalto schernendo e annullando le sue riflessioni. Chiude il grosso vocabolario di greco. Di corsa in bagno a pettinarsi, incipriarsi, un filo di matita sugli occhi, qualche goccia di profumo. Sua madre non avrà al­tri motivi per lamentarsi. Un’alzata di spalle, si la­va le mani, si asciuga le mani, nello specchio affu­mato la propria immagine ammonisce, cara la mia Teodora, non è da te lasciare le cose incompiute... si inizia così e senza accorgersene si arriva alla su­perficialità e alla mediocrità.

Torna nello studio, riapre il vocabolario sfoglia cerca, ecco in neretto il verbo imputato. Con te fa­remo i conti più tardi, minaccia.

Di nuovo in bagno, l’acqua nel lavandino, le mani sotto il fiotto compatto, l’asciugamano, il vol­to nello specchio, una espressione grave, ora va be­ne, Teo, non mollarti mai, tieniti sempre a bada, avverte la figura di fronte.

Nella cucina la madre impartisce ordini alla ca­meriera, i tacchi sull’ammattonato calcano passi nervosi.

“Questa figlia studia troppo, non è normale che una ragazza di sedici anni sia così perfetta”. Suo marito non risponde.

Dal soggiorno fino ai primi gradini della scala che conduce al piano superiore, i tacchi si immer­gono nel tessuto lanoso del lungo tappeto. Una stradella di piccoli fori segna il percorso, il traccia­to è quasi perfetto nella doppia linea parallela, una di andata l’altra di ritorno. Con il piede destro sul terzo scalino, il sinistro con la punta ben tesa come in un passo di danza, affonda nuovamente il nome della figlia nell’aria dolciastra di profumi.

“TEO, TEOOO... è PRONTO”, e in una piroetta affettata, a labbra strette “non è possibile avere una figlia così, devo insegnarle a godersi la vita”.

A passo sciolto ritorna indietro, come se avesse fretta di transitare su una passerella immaginaria davanti a estatici spettatori.

“Caro, l’interfono!, bisogna contattare il tecnico, non si può vivere così, con una figlia come la no­stra che ha bisogno d’essere seguita passo passo, lo vedi no?, quanto mi dà da fare...”.

Lui mugugna leggendo il giornale, infastidito. La stessa scena di teatro, ogni sera. Lei parla e par­la, “bisogna comprare questo...”, “questa fi­glia...”, “tu non ti occupi dell’educazione di tua figlia…”, “solo il tuo lavoro...”, “Teo, basta studia­re!... , “questa figlia...”, “questa figlia...”. Le pa­role prosciugano i suoi sensi di colpa che si assot­tigliano fini. Il padre, sulla poltrona blu, “la poltrona di papà”: due cuscini di stoffa gialla dietro la schiena, il poggiapiedi di raso trapuntato, pure giallo, solo di parecchie tonalità più forte, a ridos­so del tavolo di pero rosato. Impossibile entrare in soggiorno da quel lato. Di giorno suo padre non c’è mai. Suo padre c’è solo la sera, e la casa lo ri­getta come un ingombro estraneo. Vivere la casa, i silenzi, gli scricchiolii del legno che si assesta, la saracinesca del garage di fronte che si schianta al suolo fracassando l’aria, i colpi di vento che si ab­batte sulle persiane, che emettono stridi, il rossoa­rancio striato del sole che tramonta sul tappeto in­tessuto di seta al fianco dei letto, il verdenero mo­dulato della siepe nella finestra del pianoterra, la cima del pino che sfiora il balcone del piano di so­pra e, sotto, sul manto di aghi, pigne giganti aper­te sparse. E la casa accoglie.

“Com’è andata a scuola?”.

“Bene, papa”.

Venti minuti. La cena più di tanto non va. Teo, ogni volta, cronometra con l’orologio che il padre le ha regalato l’anno prima per la promozione. Tut­ti otto e nove. Più nove che otto. Gli occhi sul qua­drante argenteo invaso da lancette che misurano ogni frazione di tempo. Nel centro riluce un picco­lo diamante. Durante la cena frasi anonime: “Mi passi l’insalata?”, “Questa bistecca è troppo dura”, “Che tempo oggi!”. Le portate al centro, ognuno si serve. E il telegiornale invade di notizie.

15 ottobre 1991

Sera.

Oggi niente record. Siamo nella norma. Sarà diffici­le battere i quattordici minuti della cena del 18 maggio scorso. Ma non dispero. La mia famiglia può battere ogni record!!!

17 ottobre 1991

Ora di greco.

Il problema è come ucciderli.

Sospende lo sguardo sull’Inferno di Dante appe­so alla parete. L’Inferno non esiste, riflette, nem­meno Dante poteva crederci. E gli omicidi soffrono pene solo sulla carta.

Sì, il problema è come ucciderli. Ma ogni problema ha una soluzione, annota con garbo sul quaderno. Re Sol Fa Mi... ballano sinuose davanti ai suoi oc­chi. La penna tra le dita allunga ciglia nere folte su­gli occhi cilestrini di Fa, che si libra nella materia cartonata del colore delle angurie mature e si spin­ge fuori dello spazio fumettato.

“Riflessione!, ragionamento!, collegamenti!, aprite i cassetti della mente!”, la professoressa di matematica negli occhialini rosso perlato virginali muove avanti e indietro le pupille deliranti. Sul bulbo, il verde ombroso di selve notturne antiche pare voglia venir fuori. La matematica è il centro del mondo.

 

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“Gambe di metallo”
In casa Sciorillo vivono un uomo e una donna, soli. Non ci sono figli. Tutti in cerca del loro destino. Anche Rocco, il più piccolo dei sei, ha deciso di lasciare la casa paterna troppo stretta per lui, casa Sirenetta come la chiama Rosaria nelle sue lettere con la nostalgia tra le righe. Rocco ha interrotto gli studi dopo un anno di scuola superiore. È stato anche promosso, però non ha più voluto ascoltare cose che non aveva voglia di imparare.
“A me quella roba inutile non interessa, avrò pure il diritto di imparare quello che mi piace!”
Maria ha sofferto. Non ha obiettato. Rocco ha un altro destino.
Ha lavorato per un breve periodo insieme con Gianni nell’azienda di don Alfonso.
“Appena avrò un po’ di soldi me ne andrò”, mugolava. E così se n’è andato.
Maria vive le sue giornate per Filippo, che è felice. L’uomo dalle gambe di metallo, ora, non ha rivali. È forte, lui che ha ripreso il suo posto, nella casa, nel cuore di Maria.
Ogni mattina, lei si alza prima di lui, e ancora in vestaglia gli prepara il caffè, lo coccola, lo carezza, lo bacia. Con l’odore della notte nei capelli e nel viso e nel corpo. Lo accompagna alla porta. Lo aiuta a salire in macchina. Gli chiede cosa vuole mangiare a pranzo. Lei, ora, vive per lui. Lei, ora, è di nuovo sua.
Quando Gianni lasciò casa Sirenetta per vivere la sua vita, Filippo fu preso da un turbamento profondo. Frequenti convulsioni lo assalivano, e i muscoli rapidi si irrigidivano, si rilassavano. Non pronunciò una sola parola per settimane. Maria, preoccupata, lo guardava angosciata. Telefonate dottori cure. Poi il miglioramento, improvviso, inspiegabile. Parlava, rideva, era sereno, di ottimo umore, pregava con lei, progettava per lei.
“Vedrai, Marì, ora mi occuperò io di te, ti proteggerò”.
E vennero le stampelle, gambe finte, che non pesavano. Come quelle vere.
L’idea fu di don Pasquale che andò a fargli visita come Maria gli aveva chiesto.
“Ora è cambiato, può lavorare”, lo aveva supplicato, “è ancora giovane mio marito, non so, gli vedo una forza nuova, un lavoro adatto a lui ci vuole”.
Avevano dialogato a lungo, Filippo e don Pasquale. Aveva ragione Maria, sembrava normale. Tranne le gambe, che non volevano camminare.
“Potresti lavorare con me in parrocchia, ma senza le gambe… il Signore ci ha creati con le gambe, e tu, le tue, non le vuoi usare”.

“E se non fossero le tue?... voglio dire… l’importante è camminare!”
E don Pasquale ordinò due stampelle forti, robuste, che arrivarono direttamente dalla fabbrica costruite su misura. E Filippo ebbe le gambe nuove.

In una stagione particolare dell’anno Filippo si ammala. A Natale, non ha parole, chiuso nella poltrona di fronte al caminetto. Nella casa è il disordine.
Maria cucina per i suoi figli, come ogni mamma che ama. Per Rosaria le fave in zuppa. Per Luigi le verze al forno. Per Gioacchino il baccalà ai capperi… Per tutti, le pettole al miele o con lo zucchero o ripiene di baccalà, perché se non ci sono pettole e se non c’è odore di fritto, in casa Sciorillo non è Natale. Ogni giorno un piatto d’amore.
Maria non c’è. È tutta per loro. Per Rosaria, che parla dei suoi esami e del suo fidanzato, uno studente di informatica. Per Luigi, che lavora per una casa editrice e collabora con riviste, e legge spezzoni del suo prossimo romanzo a chi incontra per casa e chiede consigli. Per Rocco, che ha trovato impiego in una fabbrica di conciature, ma di fare l’operaio non è contento e parla di imparare il mestiere e mettere una azienda sua insieme con un amico; e ha già l’accento emiliano. Per Gioacchino, che parla animoso del suo stage in una grossa azienda chimica. Per Giuseppe, che è prossimo alla laurea e girovaga per l’Italia con il suo complesso rock. Per Gianni. Per i due nipoti, che sono più figli dei figli. Per Lina, che è un’altra figlia.
Lui, muto, immobile, assente, le gambe pesanti, le stampelle in un canto. Aspetta che il Natale sia finito.

Un pomeriggio Pino, il ragazzetto dagli occhi d’acqua, nello scuro della sagrestia gli ha sussurrato, complice:
“Lo so che tu cammini, con le tue gambe vere. Ma non lo dirò a nessuno”.

Nessuno sa. Nessuno crederebbe.

 

 

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“Anima nuda”
Niente era più prevedibile dei pasti. Se qualcuno non sapeva che giorno fosse, non era un problema. Bastava andare nel refettorio. Così Emilia riconosceva il lunedì dal solito brodo accompagnato da abbondante verdura; di sera, qualche volta, si contravveniva alle regole e, invece dell’insalata verde, c’erano le patate lesse, o si poteva avere la sorpresa di una vaschettina di marmellata al posto della consueta mela cotta del mercoledì. Tutto era perfettamente allineato sui venti tavoli che formavano il refettorio, un grande stanzone rettangolare dalla luce fioca. Entrarvi era un rito, in fila per due, prima le più piccole, cantando ogni giorno, per ben tre volte, il medesimo ritornello:
andiamo a tavola, bambini cari, è giunta l’ora del desinare…
Com’era freddo d’inverno! I pasti erano velocissimi, si cercava di trangugiare quanto maggior cibo fosse possibile, per poi correre via attraverso il lungo corridoio che le separava dalla stanza della televisione. Prima però c’era da oltrepassare il gran cortile interno, e se pioveva… Strano era il rapporto di Emilia col cibo. Quando il refettorio era popolato di facce, forse perché ella si sentiva parte di una stessa sciagura, gli alimenti che vedeva nei piatti le erano indifferenti. Ma Emilia nascondeva un segreto che nessuno conosceva, era solo suo e dei suoi piccoli amici. Quando sentiva il gran mostro crescere e diventare grande, sempre più grande fino a salirle in gola, quel gran mostro vorace lo vinceva, lei, lo scacciava, sì, riusciva a sconfiggerlo, ma non piangendo, perché non bisognava piangere. Riusciva a mandarlo giù nella sua tana.
“Io ti uccido”, gridava fiera. “Io ti stritolo, vado dagli amici miei e zac zac, così impari a non venire su”, ripeteva, mentre faceva le scale di corsa e attraversava il lungo corridoio buio, illuminato dall’unica lampadina che rischiarava in una nicchia la piccola Madonna dagli occhi azzurro mare, da sempre testimoni del segreto. Ma quella Signora incartapecorita così bella, tanto, non parlava! Poi c’era il cortile, il cortile sì faceva paura con tutte quelle lunghe gambe che salivano in alto su per i muri infiniti, scomparivano, per scendere all’improvviso, ai piedi di Emilia. Ma non c’era tempo. Ecco il refettorio, ed ecco i piccoli amici che l’attendevano silenziosi nei cestini, lì al centro dei tavoli: i panini, quelli che nessuno aveva voluto. Li divorava. I piccoli amici diventavano, ora che era sola, la vita. Ne nascondeva quattro, cinque, sei, sotto la camicia da notte bianca, di tela rigida, sembrava inamidata, sulla destra le iniziali del suo nome da lei ricamate a punto erba. I panini le avrebbero fatto compagnia ritornando indietro fino al letto. Si sarebbe sentita piena. Il mostro era sconfitto e, rannicchiato nella tana, preparava l’attacco successivo. Ma, almeno nei pochi istanti che precedono il sonno, Emilia non pensava.
… … …
L’amore si insegna. I grandi dimenticano di insegnare proprio l’amore. Insegnano tutto, tranne ad amare. I bambini imparano presto, sono curiosi i bambini.
I genitori l’avevano consegnata alle suore-pinguino perché ricevesse una buona istruzione. In casa erano troppi: sette figli, cinque maschi e due femmine. Lei era la più piccola. Per lei, almeno per lei, volevano un futuro migliore. Per gli altri, ormai, non c’era più tempo.
C’erano più di quindici anni tra lei e Tina, la sorella maggiore. Quando era entrata in collegio, Tina era già sposata e aveva un bambino. Tina! se n’era andata pure lei e voleva bene ad un altro bambino. Emilia giurò che da grande non voleva bambini. Con Tina non è mai riuscita a parlare e non l’ha più cercata. Ora ha cinque figli, è diventata grassa e ha due menti, uno sotto l’altro. È sempre vestita di nero perché il primo figlio, quello che l’ha costretta a sposarsi, è morto. Suo marito la sera gioca a carte in un bar dove c’è tanto fumo. Torna a casa allegro.
Dei fratelli non sa niente, non l’hanno cercata, non li ha cercati. Due lavorano in Germania in fabbrica.
È stata fortunata lei, perché ha ricevuto l’istruzione. Le suore le hanno insegnato tutto, ma di amore ne ha visto poco. Qualche traccia appena segnata, suor Agata, la dolce suor Agata.
 

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Il Pianeta di Cristallo
Tristolino

In mezzo alla foresta, ai piedi di una grande quercia che aveva i rami d'argento e le foglie d'oro, viveva uno strano vecchietto. Aveva una barba bianca lunghissima, un paio di occhialini proprio sulla punta del naso, che sembravano stessero lì lì per cadere, e un cappello rosso a cinque punte con un grande buco nel quale infilava tutte le cose che non sapeva dove mettere. Questo vecchietto che aveva ormai novecentosette anni, si chiamava Strambus e infatti era veramente strambo. Pensate un pò, viveva in una vasca da bagno posta ai piedi della grande quercia. E il bello è che dentro ci stava tutto: pentole, piatti, il catino con l'acqua, il sapone e lenzuola e coperte; e come ci dormiva bene Strambus! Era però una vasca un pò speciale, infatti volava; Strambus si metteva comodo e tranquillo come se dovesse fare il bagno e diceva:
"Vasca casà, vasca casà va' va' va'", e la vasca piano piano senza scossoni si muoveva.
Un giorno Strambus ritornava da una visita che aveva fatto alla sua amica Pandi Spagna, era tutto felice e suonava un flauto trasparente che emetteva musiche bellissime. In realtà Strambus non faceva proprio niente, diceva solo:
"Flautì flautì suona per me un bel motìv", e il flauto, che era magico, si metteva davanti alle sue labbra e suonava fino a quando Strambus non diceva:
"Flautì flautì va a dormir fin al mattìn".
Strambus aveva la pancia grossa come un'anguria perchè aveva trangugiato una torta a dieci strati; nel primo strato c'erano mirtilli e more nere, nel secondo c'era nutella bianca e nutella nera, nel terzo ananas insieme con ciliegie grosse e rosse, nel quarto mandorle e pistacchi e noci tritate fini fini, nel quinto banane e kiwi tagliati a rondelline, nel sesto caramello fuso e puro che era diventato duro duro, nel settimo gelato al cioccolato e alla gianduia che era veramente una goduria, nell'ottavo burro di arachidi ce n'era a volontà, nel nono crema in quantità, nel decimo infine, che era l'ultimo, panna montata di tutti i colori che formavano tante collinette di piccole bontà.
Pandi Spagna per le torte aveva una vera fissazione e ne faceva grandi e piccole e di tutte le forme. E se i suoi amici quando andavano a trovarla, non ne mangiavano almeno una ciascuno, si arrabbiava, e come si arrabbiava!; per ciò Strambus prima di andare da lei stava digiuno per una settimana intera. Pandi Spagna era bellissima, aveva i capelli neri come la pece che le scendevano fino alle caviglie e spesso quando era distratta, vi inciampava.
Vicino alla foresta dove si trovava la grande quercia, c'era un palazzo grandissimo, enorme, era un vero e proprio castello circondato da un gran fossato. Nel fossato c'era tanta acqua e pesci che mangiavano carne umana, e per questo nessuno si avvicinava. Per entrare nel castello c'era un ponte di legno che era sempre chiuso, perchè nessuno mai andava a trovare le persone che ci abitavano. Un intero castello per due persone: un padre e il suo bambino, che si chiamava Tristolino. Quando Tristolino nacque non pianse nè rise, tanto che i dottori pensavano che fosse malato, se ne stava tranquillo col musetto imbronciato e non dava fastidio a nessuno. E per questo lo chiamarono Tristolino: perchè era nato triste.
"Ma lo sai" diceva comare Titti, "che don Summo ieri ha regalato a suo figlio Tristolino un piano tutto d'oro?".
"Tutto d'oro!" faceva eco comare Totta.
"Sì, sì, ti dico tutto d'oro" ripeteva comare Titti, mettendosi la mano sul grosso petto per dimostrare che diceva la verità. "L'ho visto con questi occhi qua".
E non si poteva certo dire che comare Titti non vedesse bene perchè aveva due occhi che sembravano due bocce.
Comare Titti sapeva tutto quello che accadeva nel castello perchè ci lavorava, faceva le pulizie e cucinava, ma poi la sera tornava al villaggio perchè se ci rimaneva anche la notte le veniva da piangere. E comare Totta, che abitava in una casa piccola e piena di fiori proprio di fronte a quella di comare Titti, la sera andava da comare Titti e incominciava a fare domande su Tristolino.
"E perchè don Summo gli ha regalato un piano tutto d'oro?".
"Perchè così Tristolino suona ed è felice", rispondeva un pò seccata comare Titti. "Ma come fai a non capire?".
"Ed è stato felice?", chiedeva ancora comare Totta.
"Ma no, stupidotta che sei, Tristolino è nato triste e non può essere felice", replicava convinta comare Titti, mettendosi il dito indice sulla tempia, come a dire che lei di zucca ce ne aveva.
"Ma che dici!", diceva compare Antù, il marito di comare Titti, "io una volta ho visto Tristolino che sorrideva".
"Sorrideva!!!", fecero in coro le due comari con la bocca così aperta che qualcuno ci avrebbe potuto tranquillamente infilare dentro la testa.
"Sì, sì, un passerotto si era fermato sul davanzale della sua finestra".
"Ma va', di' un pò, quanti bicchierozzi di vino ti sei fatto! Tristolino che sorrideva! Mah!", e comare Titti diede al marito uno spintone così forte che il povero compare Antù, che era secco peggio di un ramo secco, si ritrovò col sedere per terra in mezzo alla strada.
Proprio di là passava, nella sua vasca da bagno volante, Strambus che aveva ancora la pancia grossa per la torta a dieci strati di Pandi Spagna.
"Quello è proprio compare Antù", disse tra sé. "Ehi, compare Antù", incominciò a urlare, "che ci fai in mezzo alla strada? Aspetta che vengo giù".
"Oh, mio caro signor Strambus," incominciò a piagnucolare compare Antù appena la vasca atterrò vicino a lui, "beato te che non hai una moglie come la mia, anzi beato te che una moglie non ce l'hai. Ma lo sai cosa dice comare Titti? Che Tristolino è nato triste e non può sorridere".
"Non può sorridere! Che fesseria è mai questa. Tutti i bambini sorridono e anzi devono sorridere".
Intanto, intorno a Strambus e a compare Antù si erano radunati tutti i bambini del villaggio; c'erano le gemelline Bianca e Nera che si tenevano per mano, perchè erano timide, e non uscivano mai, sembravano il latte e il cioccolato a colazione perchè una era bianca come il latte e l'altra morettina come una tazza di cioccolato fumante; c'era pure Carotino, il monello del villaggio, che picchiava sempre tutti gli altri bambini e per questo se ne stava sempre solo, a pettinarsi il ciuffo color rame che aveva sulla fronte; dietro a tutti quanti se ne stava Gian Zoppì perchè, essendo zoppo, arrivava sempre per ultimo, e poi il piccolo Bebè che camminava a quattro zampe, infatti di mettersi in piedi ancora non ne voleva sapere. E tutti quanti gridavano ripetendo le parole di Strambus:
"Tutti i bambini devono far sorrisi, e pure Tristolì e pure Tristolì".
Poi tutti gli abitanti del villaggio, piccoli e grandi, compresa comare Totta che mai si era avvicinata al castello per paura dei pesci carnivori, si avviarono verso il palazzo dove abitava Tristolino. E c'era anche Pandi Spagna con una torta bella fresca a forma di un gran sorriso. Davanti a tutti, Strambus nella sua vasca volava a un metro da terra e guidava quella festosa processione tutto pimpante tanto che sembrava il maestro di un'orchestra. Quando arrivarono al castello, il ponte era alzato e non si poteva entrare.
"E... e... e ora come facciamo a entrare?", diceva Nera diventando rossa per la vergogna.
"E... e... e ora come facciamo a entrare?", diceva Bianca diventando ancora più rossa.
"Sì, sì, come facciamo?" gridavano tutti.
Strambus si tolse il cappello rosso a cinque punte e incominciò a grattarsi la testa; gratta e gratta, ecco uscire dall'orecchio destro una piccola nuvoletta rosa.
"Evviva, evviva, è uscita l'idea, è uscita l'idea!!" ripetevano strabiliati in coro, osservando il batuffolo rosa che, dopo aver fatto tre giri completi sulla testa di Strambus, era scomparso infilandosi nell'orecchio sinistro.
Strambus fece salire tutti quanti nella vasca da bagno e li portò sul balcone della stanza di Tristolino, poi incominciò a suonare il flauto magico. E dal flauto magico uscivano tanti uccelli, passerotti, pettirossi, cinciallegre, canarini, merli, gazze, uccelli azzurri, uccelli barbuti, uccelli del paradiso e tanti, tanti altri, di tutte le forme e di ogni grandezza. E tutti cinguettavano e tutti col becco bussavano alla finestra di Tristoino. Alla vista di quell'allegra brigata, il viso triste di Tristolino si allargò in un grande sorriso e sorridevano anche i suoi dentini bianchi che nessuno prima di allora aveva mai visto.
Poi arrivò don Summo, il padre di Tristolino; era questi un uomo alto e dalle spalle così robuste che sembravano le ante di un armadio, aveva due baffoni neri e spessi a forma di manubrio terminanti con un ricciolo teso all'insù. Era soprannominato Summo perchè pensava di avere sempre ragione ed era gonfio e pieno di sé, che pareva una mongolfiera sempre pronta a volare.
"Mio figlio sarà forte e grande e non avrà niente a che fare con quelli del villaggio che sono tutti zoticoni, sarà superiore a tutti quanti," così diceva con una voce da tuono quando Tristolino ancora non era nato e per questo, quando nacque, era già triste. Fece mettere anche pesci carnivori nell'acqua del fossato così nessuno si poteva avvicinare. E infatti nessuno si avvicinò.
Ma Tristolino, invece di crescere forte e bello, era debole e palliduccio e sempre triste; allora don Summo lo chiudeva nella stanza dei giocattoli e ogni giorno ce ne aggiungeva uno nuovo. C'era perfino un mappamondo magico che quando si poggiava il dito, subito il luogo che era stato toccato compariva nella stanza. Ma Tristolino non sorrideva mai. Solo quando vedeva qualche passerotto si rallegrava, e sul suo visino comparivano due chiazze rosse. Ma poi il passerotto volava via e lui diventava di nuovo triste, anzi, ancora più triste.
E che sorpresa quando don Summo vide Tristolino che sorrideva, anzi rideva!
E ringraziò tutti e soprattutto il vecchio Strambus e i bambini e Pandi Spagna, perchè aveva fatto ridere Tristolino che ora non era più triste. E poi rideva pure lui e tutti insieme mangiarono la torta di Pandi Spagna a forma di un grande sorriso.
Don Summo aveva capito che il suo Tristolino era triste perchè era solo.
"La solitudine porta tristezza e malinconia, la compagnia porta allegria", diceva Strambus a don Summo ed è questa la morale della favola di Tristolino, il bambino nato triste.


Maria Fontana Ardito
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