La Critica
Sulle opere di Maria Fontana Ardito si sono espressi tra gli altri: A. M. Morace (Università di Sassari), N. Merola (Università della Calabria), D. Della Terza (Università di Harvard), M. Toscano (Università di Pisa), F. Bruno (Criminologo Università La Sapienza di Roma), M. G. Giordano (Direttore della Rivista Riscontri e collaboratore de L’Osservatore Romano).
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Il saggio di Maria Fontata Ardito porta linfa vitale nuova nella ricerca letteraria, ancora oggi, purtroppo, troppo presa dall'indagine su tematiche che, come ponti, passano al di sopra della storia anzichè incarnarsi nel corpo di una realtà sanguigna, vitale e, soprattutto, carica di fermenti, di attese, di mutamenti e di contraddizioni.
Prefatore del libro è Sebastiano Martelli, intellettuale raffinato e aperto alla problematizzazione, da sempre sulla barricata a difesa e a tutela di una ricerca da condurre sul campo: in una sorta di osservatorio-laboratorio che, mettendo da parte i clichè critici di lunga durata, miri a recuperare e rileggere alcuni scrittori ingiustamente ingabbiati in schemi preconcetti e, di certo, inadeguati a misurarne il valore e la portata...
Il merito di Maria Fontana Ardito è quello di aver capito, sulla scia di quanto da anni Sebastiano Martelli va ripetendo in tutte le sedi possibili, che Misasi va esaminato in un'ottica diversa e cioè tenendo presente che la sua narrativa acquista senso e valore solo se giustamente messa in relazione con le numerose e, per certi aspetti, radicali metamorfosi che caratterizzarono il mondo storico-sociale e letterario dei decenni posti a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento. Visto da questa nuova angolazione, lo scrittore calabrese può trovare la sua giusta collocazione tra quanti hanno saputo affermarsi come scrittori popolari e di consumo e, in quanto tali, come intellettuali che hanno avuto un ruolo non marginale nella storia lettararia italiana... |
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PASQUALE MATRONE
(La nuova Tribuna Letteraria)
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“Quando il sole era giallo”, romanzo che mi ha colpito profondamente, affronta il tema dell’anima ferita, dell’anima offesa attraverso una scrittura suggestiva. Libro che si muove su una marcata linea psicanalitica, tratta, come raramente mi è capitato di poter verificare, impavidamente il dramma dell’esistere in una ragazza di sedici anni. Una tematica difficile, anche scabrosa, irta, spinosa, narrata con una delicatezza estrema. C’è talvolta nelle pagine più belle un sapore di favola, di favola triste, quelle favole a cui Teodora troppo presto ha dovuto rinunciare… E la scrittrice Maria Fontana Ardito ha la capacità di saper scrivere favole come ha dimostrato con “Il pianeta di cristallo”, favole non di tipo edulcorato né tantomeno taumaturgiche, ma favole che servono a cogliere sia pure in una qualche dimensione lenitiva quello che è il male di vivere.
Il dramma della protagonista (l’incesto con il padre, descritto in una dimensione allucinatoria, ma soprattutto il male peggiore che è quello che si nutre della solitudine, della estraneità e della incomunicabilità di una vita algida come quella che la protagonista vive) è raccontato con un pudore, con una intensità estrema… non c’è cioè quell’“l’indecenza della sentimentalità” che come diceva Roland Barthes non si può assolutamente sopportare in un libro. Questo libro è invece asciutto, è davvero difficile trovare una parola più dell’altra, un libro che ha un suo ritmo contratto, denso, che si contraddistingue senz’altro per la validità della scrittura. Un libro che dà il senso del progressivo slittare della giovane protagonista verso la dissociazione ultima attraverso pagine intensissime.
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ALDO MARIA MORACE
(lezione, Univ. di Sassari, 15 maggio 2006)
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“Quando il sole era giallo” è un romanzo sicuramente interessante, richiede da parte del lettore una totale immedesimazione nella interiorizzazione della protagonista che deve essere percepita nel confronto costante con lo scorrere del quotidiano. Il lettore si sentirà coinvolto in un colloquio struggente e doloroso con una ragazza, che non è pazza. Teodora è normale, come normale era Erika prima che diventasse la Erika che tutti quanti conosciamo dalle cronache. Il lettore capirà i suoi sentimenti, le sue paure, e conoscerà i suoi progetti di morte e ne diventerà partecipe fino alla realizzazione estrema. Si chiederà, infine, perplesso e insicuro, il perché di tanti atti così orribili e incomprensibili, che diventano poi fatti criminali di primo piano, come la televisione e i mass-media testimoniano e di cui anch’egli diventa testimone interessato, eppure impotente.
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FRANCESCO BRUNO
(Criminologo-Univ. La Sapienza Roma) |
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“Quando il sole era giallo” è un romanzo accattivante e forte che, al di là delle sue distinte qualità letterarie, si è imposto anche per l’intensa luce che getta su certi sconvolgenti problemi del nostro tempo.
L’Autrice rivela, per leggerezza di tocco ed efficacia di rappresentazione, una rara capacità artistica che fa pensare a celebri soluzioni espressive come il dantesco “Quel giorno più non vi leggemmo avante” dell’episodio di Paolo e Francesca o il manzoniano “La sventurata rispose” riferito all’infelice Gertrude. Questo è infatti il rapido richiamo a quella sciagurata vicenda: “Il resto è nebbia. Una porta serrata. E il male si fece gigante”.
La penetrante virtù introspettiva di simili scorci fa del libro uno specchio in cui si riflettono con lucida evidenza gli abissi e i misteri della coscienza giovanile.
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MARIO GABRIELE GIORDANO
(L’Osservatore Romano)
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Maria Fontana Ardito, nel romanzo "Quando il sole era giallo", riesce perfettamente a calarsi nella mente di un'adolescenza ferita ... Sino al ricordo, sfumato e velato dai fumi caldi dell'acqua di un "bagnetto" vissuto a cinque anni. La peggiore delle violenze: l'incesto. E' li che la vita di Teodora si è fermata incapace di superare il dolore, di trasformarlo in pianto cresce il corpo ma non la sua anima, non per niente lontana e incapace di sentire... Un modello per una vita futura. Ma non c'è risposta, tutto è inutile.
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CLAUDIA ROCCO
(Il Messaggero) |
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In “Quando il sole era giallo”, mi è parso di vedere la divaricazione di due fuochi (più che strabismo, ammicco malizioso, come il mio all’incandescenza), che sono insieme due ispirazioni e due punti di vista. Il primo, che definirei figurativo e pubblico, se non proprio di facciata, è rappresentato dalla materia oggettivamente scottante (la tragedia familiare che, nel rispetto delle unità aristoteliche, incrociando ruoli e passioni o solo corpi e funzioni, ha fatto in tempo a diventare moderna ma non ha smesso di essere classica) con la quale il libro tuttavia conserva un rapporto problematico, senza mai arrendersi a una lettura di superficie, grazie alle prerogative congiunte del fantastico e del pudore. Non è neanche necessario sforzarsi di scavare nel testo, basta convivere abbastanza a lungo con la sua ammirevole brevità, per giungere a una drammaticità e a una tensione meno evidenti e meno risolte di quelle che abbagliano il lettore frettoloso. Addirittura una diversa materia è sottesa a quella elementare e visibile che per prima ci viene incontro, e si giova della sua umbratilità. Che l’incesto possa ridursi a un miraggio e forse sia stato proprio concepito come un trompe l’œuil, discende dalla natura onirica che credo di individuare nella narrazione e dal tenore fantastico che il libro non aspetta nessuno per rivendicare e per cui, statutariamente, nulla di certo si viene a sapere sugli avvenimenti messi in scena. Di incestuoso potrebbe non esserci altro che il sogno, o appena la paura corrispondente, puntualmente testimoniata dal libro e guarda caso familiare proprio a chi dalla tematica prende più nettamente le distanze.
L’altro fuoco, o l’altro approccio autorizzato, a mio parere molto più interessante, ma non la diversa materia che mi è parso di presagire, coincide con l’impulso stilistico a partire dal quale nasce il libro ed è proprio come il libro elementare e equivoco. Il lettore viene subito colpito dal procedimento per accumulazione e da un andamento quasi percussivo, che riguardano prima l’invenzione e la maniera associativa in cui i passaggi si susseguono e poi la qualità della verbalizzazione. Sto parlando di un ritmo sincopato che ha a che fare in qualche maniera con la situazione rappresentata (ha la sua urgenza e la sua sordità) e si afferma inequivocabilmente ad apertura di libro, come brevità e intensità procurate e ostentate, gli equivalenti quasi materiali e le motivazioni dell’adozione di un punto di vista giovanile, con il corredo di assolutezza, purezza, estremismo, verità o almeno culto eroico della sincerità. Tutto il testo è costruito con periodi brevi, talora brevissimi, incalzanti. I periodi risultano giustapposti fra di loro e esibiscono al loro interno una struttura coordinativa, nella quale le coordinate sono spesso tra di loro anch’esse giustapposte in asindeto e, come se non bastasse, in alcuni momenti addirittura prevale lo stile nominale, sempre all’insegna di questo martellare, di questo incessante battere che porta a una segmentazione del flusso della narrazione e fa sì che tutti i singoli elementi vengano in qualche modo straniati, offrendosi a una percezione analitica, distaccata e lenta, paradossalmente lenta, proprio in concomitanza con il ritmo martellante della realtà che viene quindi percepita in maniera diversa da quella che noi siamo abituati a registrare.
Se così la scrittrice perviene a una specie di grado zero della rappresentazione – tutta la narrazione, come viene sottolineato e anticipato dal titolo, corrisponde al carattere regressivo di un ritorno all’infanzia e alla semplicità dei colori che sarebbero suoi propri –, tale straniamento riguarda in primo luogo la voce narrante e si presta alla più ovvia delle interpretazioni riduzionistiche (e al meno dannoso dei fraintendimenti): una grossolana diagnosi di patologia. La estrema gioventù – abbiamo appena detto che la gioventù non può essere altro che estrema -, l’adolescenza anzi nel suo guardare ancora all’infanzia, se non è, ha la patologia che a tutti noi dà l’illusione di riuscire a curarla, o almeno a occuparcene professionalmente e non professionalmente, come di una minaccia…
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NICOLA MEROLA
(Roma, Libreria Odradek, 30 giugno 2004) |
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Teodora si può collocare in qualsiasi ambiente del nostro paese come di altri paesi possibili in una cultura borghese che è anche più distratta di altre culture. E ci ricorda del dramma e dell’elemento addirittura tragico della adolescenza, e da questo punto di vista possiamo ricollegarci alla formazione dell’autrice che sa bene quanto sia forte in tutta la cultura greca l’elemento tragico. C’è una congiunzione dei tempi, il tempo d’oggi nel tempo di ieri quando si consumavano grandi drammi, grandi tragedie in una cultura che non ha cessato di essere problematica, la cultura greca come la cultura dei tempi d’oggi. |
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MARIO TOSCANO
(Università di Pisa) |
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In “Quando il sole era giallo” la scrittrice riesce a dare un bel cazzotto al perbenismo di maniera delle famiglie. E anche della società. E della tradizione e dei pregiudizi. La scrittura in questo libro è silenzio, talaltra è difficoltà-istruzione, tanto spesso è anche poesia. Maria Fontana Ardito senz’altro con questo suo lavoro corre lungo i meandri della vita con l’intento di svelare alcuni suoi misteri e di colpire le ipocrisie familiari e sociali, assegnando così un ruolo importantissimo all’intellettuale, cioè allo scrittore.
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CARLO ALBERTO PASCALE
(Scrittore) |
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“Gambe di metallo” è un romanzo che può essere sinteticamente definito sano e addirittura coraggioso. Questo perché, oltre a rappresentare una realtà umana e sociale eticamente positiva, non disdegna di assumere posizioni di estrema nettezza in particolare su una questione delicata e controversa come quella dell’aborto. Senza mezzi termini, i bambini non nati, “che sono più carne di quelli vivi”, vengono in esso definiti “idee di Dio che l’uomo ha ucciso” e Maria, che nessuna colpa ha in proposito, se non forse “quella di amare troppo”, con l’anima costantemente ferita, “ ogni mattina, dà il buon giorno ai suoi quattro figli non nati; ogni sera augura loro un buon sonno e con il pensiero li mette a letto, e aspetta finché non si addormentano”.
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MARIO GABRIELE GIORDANO
(L’Osservatore Romano) |
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Maria Fontana Ardito è una scrittrice di vero talento, assai dotata e brillante della terra calabra che si distingue per viva passione di scrittura. |
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DANTE DELLA TERZA
(Università di Harvard) |
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Scrittura vigorosa e originale, densa di una appassionata ricerca esistenziale. |
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TONI IERMANO
(Università di Cassino) |
Hanno scritto di lei tra gli altri: L’Osservatore Romano, Avvenire, Il Messaggero, Gazzetta del sud, Il Mattino, Il Tirreno, La Nazione, Repubblica, il Quotidiano di Calabria ecc., riviste specializzate. |
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